martedì 29 novembre 2011

Accenti.




Catania, Via Etnea. Un ragazzo cammina velocemente, sapendo già che arriverà in ritardo a lezione (ma, sinceramente, se ne frega: lo fa di continuo). Nelle orecchie un paio di cuffie, nelle cuffie un paio di canzoni, nelle canzoni un paio di pensieri.

Oggi è una giornata abbastanza uggiosa: il cielo si sta chiedendo se piovere immediatamente o fra un po’, non lasciando spazio a terza opzione alcuna, ed il ragazzo, vestito del color delle nuvole, sta andando a lezione. Esiste un’immagine più quotidiana e banale? Probabilmente no, ma d’altro canto nemmeno lui, il ragazzo che cammina velocemente, pretende sia altrimenti. E’ solo un ragazzo che cammina, è solo un’altra giornata.

Di botto, questo ragazzo, mentre cammina, inizia a pensare alla quarta dimensione: cosa in verità già molto meno quotidiana perché il ragazzo (ovviamente nel suo camminare!) si sta recando alla Facoltà di Legge, dove è iscritto, e certe cose proprio non gli tangono da tempo; tuttavia, vuoi per i suoi ricordi da liceale, vuoi perché casualmente ne accennò un paio di volte negli ultimi giorni con la sua ragazza (la quale, a quell’ora, probabilmente stava per iniziare a camminare anch’ella), quell’immagine spuntò immantinentemente nella sua mente.

Mentirei se dicessi che si tratta di una materia che il ragazzo padroneggia, anzi! Ne conosce giusto i rudimenti, riesce giusto ad immaginarla, nel suo veloce camminare. La quarta dimensione, ricordiamolo, è il tempo (o perlomeno credo, nemmeno io ne sono un esperto), e se fossimo capaci di vederla con la naturalezza in cui padroneggiamo le prime tre dimensioni probabilmente avremmo una bisione di noi stessi come lunghi serpenti, allacciati al nostro passato immediato e futuro in arrivo in maniera così forte da sembrare, ad un altro navigatore delle quattro dimensioni, come degli informi blob tubulari, indinstinguibili nel prima e nel dopo, così come un oggetto solido, nelle tre dimensioni, è un’accozzaglia di varie sezioni bidimensionali.

Immaginò la strada alla quarta dimensione, e lo divertì tantissimo vedere come tutti questi tubi, questi deformi mostri polidimensionali si intrecciavano. Mentre nelle sue orecchie circolava una improbabile canzone, quel circo di colori cercava di autocircoscriversi a forme solide tridimensionali ma veniva annichilito dalla forza dell’immaginazione del ragazzo (quello che cammina).

Anche lui, beninteso, era diventato un sordido verme strisciante nello spazio e nel tempo. Riuscì a pensarlo così bene da arrivare a vedere tutte le terze dimensioni da cui era composto, tutti i se stesso del passato e del presente con una precisione che aveva dell’affascinantemente terrificante. Pensò a tutti i se stessi a cui poteva, voleva, riusciva, anche a quei se stesso che aveva preso a calci fuori dalla sua memoria per non farli più tornare (anche i suoi ricordi avevano la brutta abitudine di camminare, e tornare indietro). Nel far questo, non potè far a meno di notare quanto, come tutti, fosse cambiato. Quanto anche lui, proprio come una scimmia dalla quale discende, si fosse evoluto, si fosse trasformato e fosse in procinto di cambiarsi. Riuscì a notare le ciclicità evolutive, gli scarti mendeliani che si erano verificaati, in una piena applicazione (in soli vent’anni!) delle teorie Darwiniane. Non andava cercare lontano, stavano proprio lì.

Al ragazzo, che camminava in Via Etnea a Catania e stava per arrivare a Piazza Stesicoro, scappò un sorriso. Un sorriso ampio a cui non era abituato, mostrando tutti i denti con relativo metallo ortodontico incluso. Un sorriso lungo che non riuscì a reprimere, benchè si rendeva conto di quanto sarebbe sembrato ridicolo, a quei poveri bidimensionali, un ragazzo camminatore che rideva.

La cosa lo fece ridere ancora di più.

Si appoggiò ad un muro, e fingendo di tossire, si mise in maniera aperta a ridere. Gli venne da ridere, non sembra sia un reato. Rise per una trentina di secondi buoni e lo fece con gusto: il mondo gli sembrava un buon motivo per farlo. Non si curò delle ridicole cose che gli stavano succedendo o delle imbarazzanti persone con cui doveva avere a che fare, ma anzi: quelle sovvenzionarono il suo credito in divertimento ancor di più, credito di cui per anni si era represso nel richiederlo.

La risata gli aprì l’anima, come non accadeva da un po’. Poi, tornò alla sua tridimensionalità e, camminando, si recò a lezione.

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